sabato 21 gennaio 2017

Prigionieri dell’Odio – di Andrea Ribezzi, Luglio Editore, 2016

È una grigia giornata autunnale. Un uomo passeggia sul lungomare di Barcola a Trieste immerso nei suoi pensieri. Dalla nebbia che avvolge la città compare un vecchio che lo avvicina. A partire dalla domanda all’apparenza banale: «quanto dista Trieste da qui?» si instaura fra i due sconosciuti un rapporto dettato dalla curiosità dell’uno e dalla necessità di comunicare dell’altro. Il racconto del vecchio si dipana come un memoir, ripercorrendo le vicende del proprio padre, ufficiale di marina inviato in missione a Trieste nel ’44 per conto dell’OSS, il Servizio Segreto Americano, e rimasto in città attraversandone tutte le vicende tragiche fino al 1954.

Chi era il capitano di fregata Antonio Traverso: un uomo fortemente attaccato allo spirito di servizio, oppure un faccendiere o un opportunista?
Il figlio Aldo ritorna, alla fine dei suoi giorni, nei luoghi che hanno segnato così profondamente l’esistenza del padre e il suo rapporto con lui e cammina con la sua “guida” sulle strade di Trieste ed entra nelle case della città che si fa viva interprete del racconto. Non una quinta inanimata, o spettatrice distaccata dei fatti della vita, ma partecipe e parte integrante delle storie di uomini e donne che hanno fatto la Storia, anche loro malgrado.

I due uomini, complice anche la città che li asseconda, iniziano un percorso umano che li porterà a rivivere quando accaduto in questo lembo di terra, dove in pochi anni si sono concentrati tutti gli eventi che hanno caratterizzato il secolo breve: eccidi, odi razziali, conflitti etnici, disegni concentrazionari, esodi di popolazioni, spionaggi e le tensioni internazionali della guerra fredda.
La Storia sarà anche il grimaldello che li aiuterà a capire meglio il loro vissuto, i rapporti interpersonali, e a mettere ordine nei loro pensieri e nella visione del mondo.

Sottraendosi per quanto possibile a giudizi di merito, l’autore non scivola mai nella retorica di scontate sentenze per bocca dei due attori, restando pudicamente in disparte, quasi scomparendo, per dare voce agli accadimenti e ai loro protagonisti.
Sostenuto da una scrittura essenziale, a volte clinica, e a un linguaggio diretto e scabro, il romanzo Prigionieri dell’odio è unico nel suo genere nel panorama letterario triestino. Fondandosi su una narrazione fortemente rappresentativa, il ritmo serrato è consono al tumultuare degli avvenimenti succedutisi in quegli anni.

Prigionieri dell’odio nasce dalla passione della storia che ha sempre caratterizzato la produzione letteraria di Andrea Ribezzi. Nei suoi polizieschi e nel suo romanzo di formazione erano già presenti quegli indizi che avrebbero portato alla realizzazione di un vero e proprio romanzo storico. Già in Eredità blindate c’erano accenni ai collaborazionisti triestini durante la seconda guerra mondiale mentre Ciliegie in autunno era incentrato sulle tragiche vicende di alcuni comunisti monfalconesi che, non aderendo al cambio di rotta di Tito nei confronti dell’ortodossia staliniana, erano finiti nel campo di rieducazione di Goli Otok, dove molti di loro hanno perso la vita.

A cura di Maria Irene Cimmino, associazione culturale irReale-narrativakm0

mercoledì 14 dicembre 2016


Attraversando il fiume in bicicletta di Ana Cecilia Prenz Kopusar.

Ed. Vitactiva, Trieste


Lingua e appartenenza: sono due le parole che compaiono più spesso all’interno di questo racconto lungo di Ana Cecilia Prenz.

Due parole che accompagnano l’eterno viaggiare di lei e della sua famiglia, da un paese ad un altro, da un continente ad un altro, in cui tutto è continuamente in divenire, dove il luogo diventa un nessun luogo e contemporaneamente un luogo del cuore. Dove vorrebbe mettere radici ma la Storia  la spinge oltre e le radici le deve trovare dentro di sé  per conservare intatta la memoria, come se il genius loci la seguisse negli spostamenti.

In Yugoslavia e Argentina, di nuovo in Yugoslavia e poi in Italia si trova qualcosa che accomuna e qualcosa che divide e che allontana, ma il racconto non indugia mai nel negativo, bensì si apre alla vita da cui i protagonisti traggono il meglio: che sia il paesaggio, il cibo con le sue valenze quasi mistiche, la lingua come sublimazione del proprio appartenere, gli incontri, lo studio.

In un momento storico di grandi turbolenze politiche e sociali, nei periodi della dittatura militare e dell’incertezza del vivere, con la paura di un futuro che potrebbe non esserci, vive nel cuore della protagonista la consapevolezza che la precarietà può diventare un’opportunità da cogliere, forse addirittura un vantaggio di cui fare tesoro.
E l’insegnamento che possiamo trarre dalla lettura di questo racconto è riconsiderare il nostro rapporto con le due parole fondamentali: lingua e appartenenza e aggiungerei anche quel senso della comunità che abbiamo perduto.  Allontanare i pregiudizi e affidarsi senza remore ai cambiamenti che portano con sé anche cose positive o per lo meno un vaccino contro l’insofferenza e le preclusioni.

Attraversando il fiume in bicicletta è un racconto godibile e sincero, a dispetto di una traduzione che indugia in qualche leziosità di troppo e con alcune inesattezze linguistiche e sintattiche, dovute al fatto che l’autrice si è auto tradotta dallo spagnolo in italiano, cosa che non si dovrebbe fare mai.


A cura di Maria Irene Cimmino, associazione culturale irReale-narrativakm0

giovedì 24 novembre 2016

Works

di Vitaliano Trevisan, Einaudi, 2016
Lavorare per guadagnarsi da vivere e non per realizzare se stessi è un pensiero che suona strano oggi, figurarsi quanto stonato poteva suonare prima della crisi e in una città come Vicenza, dove per fare i soldi bastava convertire il granaio in fabbrichetta o, se non si aveva capitale, mettersi sul mercato. A quell’epoca a Vicenza c’erano le industrie, gli orafi, i soldi e tanta voglia di darsi da fare, di migliorare la propria posizione sociale, di spendere. Che quello non fosse il migliore dei mondi possibili Vitaliano Trevisan, però, lo capisce presto anche se gli ci vorrà del tempo per trasformare il fastidio, pur se profondo, in disobbedienza. 
Dopo un inizio di carriera promettente, il nostro eroe - e lo dico senza ironia - decide coscientemente di non lavorare più in ufficio, chiuso tra quattro pareti e ingabbiato da logiche aziendali indiscutibili anche se sbagliate. Si ritrova così a fare i mestieri più disparati mentre, nel tempo libero, cerca di dedicarsi a quella che fin da giovane gli appare come l’unica via d’uscita: la scrittura. La narrazione segue il suo percorso professionale dal 1976 al 2002, inglobando tutto quello che incontra per strada, dagli effetti di un acido stellina ai problemi di produzione delle ante da cucina, dalla preparazione della malta al progetto di un distretto del vizio sulla Vicenza-Verona. Il risultato è l’affresco di una società brutta come i suoi capannoni, tirati su in fretta e altrettanto in fretta abbandonati, un'antipastorale del nordest popolata da personaggi privi di spessore: “mas'ci” (maiali in vicentino) dall’alito pesante gli uomini, erinni prepotenti le donne, soprattutto quelle che non dovrebbero esserlo: madri, sorelle, mogli. Rare le eccezioni.
Un libro impegnativo sia per l’autore che ci mette la faccia, duro e puro contro tutti, sia per il lettore che di questo scritto deve stare attento a non perdersi niente, neanche le digressioni. Un libro che si distacca da tanta letteratura odierna: ben costruita, pulita, non una virgola fuori posto, riconoscibile ed etichettabile, prefabbricata, antisismica. 

martedì 15 gennaio 2013







Sera

Si appresta, la notte,
a riprender possesso
dei cuori e dell'intorno
e dell'effimero giorno.

Una lieve frivola nuvola
di antico siculo vitigno,
prepara il mio cuore stanco
ad affrontare le tenebre.

Un pensiero antico,
esito di primigenie paure,
affiora tra le volute vaghe
dell'alcolica nebbia:

Riaprirò i miei occhi su orizzonti nuovi?

Insulsa consueta domanda,
non merita insulsa risposta.
L'inconscio svolgere della conocchia,
ignora quando finirà la lana,

la prima o la seconda veglia
dell'eterno giorno,
darà svogliata risposta
al mio querulo inutile quesito.

Un gallo, anch'esso stanco,
 
forse riaprirà i miei occhi,
ma non basterà, da solo,
a dar senso ai miei minuti.

Segni e cicatrici adornano
 
il mio cuore di gusto amaro,
che sparute gocce di miele
rendono appena meno aspro.

Lo sguardo sereno di un bimbo,
frutto acerbo del frutto dei miei
lombi, o uno sguardo muliebre,
d'intime intese pregno,

riaccenderà, forse, l'esigua
 
linfa e il sorriso del mio spirito,
che un caldo sole di luglio
non sa scaldare nel profondo.

Eppure curioso ancor sono,
inutile stupida baldanza,
di lanciare il mio sguardo
oltre l'incerta sfuggente linea.

Non sazia, la premitura di vita,
la continua sete che configura
la mia essenza che altro chiede
e ancora spera nei futuri passi.

La notte ha vinto il suo premio,
si piega, la luce, al ripetuto gioco.
Il gatto sul cuscino lecca il suo pelo
ripulendolo dalle diuturne scorie.

Finisce il succo del vitigno antico,
non aiuterà oltre il mio pavido sonno..






Alfonso La Licata, 5 luglio 2014, h 22,30.
Giardinello, chez moi, tra gli alberi ormai altissimi che piantai secoli or sono e che non abbatterò mai.
Un dopo cena come tante avvolto nella mia solito malcelato, consapevole spleen...





Stormi

di Alfonso La Licata




Si scompongono e si riformano gli stormi
disegnando, sulle grigie pagine di un abulico cielo,
le volute ultime di una natura che s’appresta,
forse suo malgrado, ad un sonno rigenerante
sotto le algide coltri di tempi che,
in altri modi, apprestano le zolle
a nuove speranze e ad ulteriori orizzonti.

Sono pennellate d’artista sommo
le figure e le dinamiche composizioni
che scriccioli volanti sanno comporre
con maestria innata e sublime
in effimere bizzarre immagini,
ed io sogno,
nonostante da tempo sia passata
la giusta età per sciorinare oniriche pretese,
io sogno tempi nuovi e nuovi volti
e nuove idee, e nuovi incanti
che sappiano animare ancor di più
ed ancora meglio le aspirazioni
e i fondamenti dei miei molti figli.

Ma i miei occhi si fanno ciechi
se si sforzano a guardare oltre
la linea ultima sul mare…
s’intravvede, è vero, un fumo
esprimersi appena laggiù, oltre l’orizzonte,
se è un incendio oppure un bastimento
traboccante di stupende novità,
o di stupide consuete vanità,
non se ne intende il principio…

Volano gli uccelli,
volano e mi distolgono dalle mie carte
e dalla mia solitudine acre
che delle note, forse allegre,
ed una musichetta petulante
non riescono, minimamente, ad infrangere.

Alfonso La Licata.
Palermo  19 novembre 2012, h 8,31.  Chez moi.
Ispirato dalle evoluzioni di stormi sul cielo di Palermo