giovedì 24 novembre 2016

Works

di Vitaliano Trevisan, Einaudi, 2016
Lavorare per guadagnarsi da vivere e non per realizzare se stessi è un pensiero che suona strano oggi, figurarsi quanto stonato poteva suonare prima della crisi e in una città come Vicenza, dove per fare i soldi bastava convertire il granaio in fabbrichetta o, se non si aveva capitale, mettersi sul mercato. A quell’epoca a Vicenza c’erano le industrie, gli orafi, i soldi e tanta voglia di darsi da fare, di migliorare la propria posizione sociale, di spendere. Che quello non fosse il migliore dei mondi possibili Vitaliano Trevisan, però, lo capisce presto anche se gli ci vorrà del tempo per trasformare il fastidio, pur se profondo, in disobbedienza. 
Dopo un inizio di carriera promettente, il nostro eroe - e lo dico senza ironia - decide coscientemente di non lavorare più in ufficio, chiuso tra quattro pareti e ingabbiato da logiche aziendali indiscutibili anche se sbagliate. Si ritrova così a fare i mestieri più disparati mentre, nel tempo libero, cerca di dedicarsi a quella che fin da giovane gli appare come l’unica via d’uscita: la scrittura. La narrazione segue il suo percorso professionale dal 1976 al 2002, inglobando tutto quello che incontra per strada, dagli effetti di un acido stellina ai problemi di produzione delle ante da cucina, dalla preparazione della malta al progetto di un distretto del vizio sulla Vicenza-Verona. Il risultato è l’affresco di una società brutta come i suoi capannoni, tirati su in fretta e altrettanto in fretta abbandonati, un'antipastorale del nordest popolata da personaggi privi di spessore: “mas'ci” (maiali in vicentino) dall’alito pesante gli uomini, erinni prepotenti le donne, soprattutto quelle che non dovrebbero esserlo: madri, sorelle, mogli. Rare le eccezioni.
Un libro impegnativo sia per l’autore che ci mette la faccia, duro e puro contro tutti, sia per il lettore che di questo scritto deve stare attento a non perdersi niente, neanche le digressioni. Un libro che si distacca da tanta letteratura odierna: ben costruita, pulita, non una virgola fuori posto, riconoscibile ed etichettabile, prefabbricata, antisismica. 

martedì 15 gennaio 2013







Sera

Si appresta, la notte,
a riprender possesso
dei cuori e dell'intorno
e dell'effimero giorno.

Una lieve frivola nuvola
di antico siculo vitigno,
prepara il mio cuore stanco
ad affrontare le tenebre.

Un pensiero antico,
esito di primigenie paure,
affiora tra le volute vaghe
dell'alcolica nebbia:

Riaprirò i miei occhi su orizzonti nuovi?

Insulsa consueta domanda,
non merita insulsa risposta.
L'inconscio svolgere della conocchia,
ignora quando finirà la lana,

la prima o la seconda veglia
dell'eterno giorno,
darà svogliata risposta
al mio querulo inutile quesito.

Un gallo, anch'esso stanco,
 
forse riaprirà i miei occhi,
ma non basterà, da solo,
a dar senso ai miei minuti.

Segni e cicatrici adornano
 
il mio cuore di gusto amaro,
che sparute gocce di miele
rendono appena meno aspro.

Lo sguardo sereno di un bimbo,
frutto acerbo del frutto dei miei
lombi, o uno sguardo muliebre,
d'intime intese pregno,

riaccenderà, forse, l'esigua
 
linfa e il sorriso del mio spirito,
che un caldo sole di luglio
non sa scaldare nel profondo.

Eppure curioso ancor sono,
inutile stupida baldanza,
di lanciare il mio sguardo
oltre l'incerta sfuggente linea.

Non sazia, la premitura di vita,
la continua sete che configura
la mia essenza che altro chiede
e ancora spera nei futuri passi.

La notte ha vinto il suo premio,
si piega, la luce, al ripetuto gioco.
Il gatto sul cuscino lecca il suo pelo
ripulendolo dalle diuturne scorie.

Finisce il succo del vitigno antico,
non aiuterà oltre il mio pavido sonno..






Alfonso La Licata, 5 luglio 2014, h 22,30.
Giardinello, chez moi, tra gli alberi ormai altissimi che piantai secoli or sono e che non abbatterò mai.
Un dopo cena come tante avvolto nella mia solito malcelato, consapevole spleen...





Stormi

di Alfonso La Licata




Si scompongono e si riformano gli stormi
disegnando, sulle grigie pagine di un abulico cielo,
le volute ultime di una natura che s’appresta,
forse suo malgrado, ad un sonno rigenerante
sotto le algide coltri di tempi che,
in altri modi, apprestano le zolle
a nuove speranze e ad ulteriori orizzonti.

Sono pennellate d’artista sommo
le figure e le dinamiche composizioni
che scriccioli volanti sanno comporre
con maestria innata e sublime
in effimere bizzarre immagini,
ed io sogno,
nonostante da tempo sia passata
la giusta età per sciorinare oniriche pretese,
io sogno tempi nuovi e nuovi volti
e nuove idee, e nuovi incanti
che sappiano animare ancor di più
ed ancora meglio le aspirazioni
e i fondamenti dei miei molti figli.

Ma i miei occhi si fanno ciechi
se si sforzano a guardare oltre
la linea ultima sul mare…
s’intravvede, è vero, un fumo
esprimersi appena laggiù, oltre l’orizzonte,
se è un incendio oppure un bastimento
traboccante di stupende novità,
o di stupide consuete vanità,
non se ne intende il principio…

Volano gli uccelli,
volano e mi distolgono dalle mie carte
e dalla mia solitudine acre
che delle note, forse allegre,
ed una musichetta petulante
non riescono, minimamente, ad infrangere.

Alfonso La Licata.
Palermo  19 novembre 2012, h 8,31.  Chez moi.
Ispirato dalle evoluzioni di stormi sul cielo di Palermo